COMUNE SCIOLTO PER INFILTRAZIONI MAFIOSE


ART. 143 DEL T.U.E.L COMMA 1 I consigli comunali e provinciali sono sciolti quando, anche a seguito degli accertamenti effettuati a norma dell ‘articolo 59, comma 7, emergono concreti, univoci, e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all ‘art. 77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un ‘alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino arrecare danno e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica “. La disposizione in esame non definisce espressamente in quali casi debba ritenersi sussistente il collegamento con la criminalità organizzata rilevante ai fini dello scioglimento (cioè adeguato ad esercitare un condizionamento sull' ente che si riverberi sul buon andamento e sulla sicurezza pubblica). ....una adeguata indagine ovvero valutazione sulla posizione degli "amministratori". Nel vigente sistema normativo, lo scioglimento dell'organo elettivo si connota, pertanto, quale "misura di carattere straordinario" per fronteggiare "una emergenza straordinaria" (così Corte Costo 19 marzo 1993, n. 103, nell'escludere profili di incostituzionalità nel previgente art. 15-bis 1.19 marzo 1990, n.55)".


L'asse portante della valutazione che presiede allo scioglimento è costituito, da un lato, dalla accertata o notoria diffusione sul territorio di fenomeni di criminalità organizzata e, dall'altro, dalle precarie condizioni difunzionalità dell'ente territoriale".






venerdì 14 dicembre 2012

Marina Marino, prof dell’antimafia Wonder woman nella zona grigia MAFIAVILLE: DA CACCAMO A ISOLA DELLE FEMMINE


Marina Marino, prof dell’antimafia
Wonder woman nella zona grigia

Marina Marino
di Salvatore Parlagreco -

Caccamo, Bagheria, Misilmeri, Villabate, Roccamena, Castellammare del Golfo, Campobello di Mazara. E non finisce qui. La proposta di un  tour operator nella Sicilia che non avete mai visto? No, è il viaggio compiuto in dieci anni da una urbanista siciliana, Marina Marino, nei comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Un viaggio nella zona grigia, dove vive e vegeta il mitico terzo livello, comandano i colletti bianchi e amministrano anche i contigui, i collusi, i furbastri, quelli che non stanno né da una parte né dall’altra e permettono alle cosche di mafia e del malaffare di prosperare all’ombra delle istituzioni.  Una discesa negli inferi, full immersion, che ha fatto di una donna colta, tenace e competente una professionista dell’antimafia, stavolta nell’accezione migliore dell’espressione.

Marina Marino è stata la consulente e il braccio operativo delle commissioni straordinarie che hanno sostituito sindaco, giunta e consigli comunali nei comuni siciliani sciolti per mafia per decreto del Consiglio dei Ministro. Urbanista, originaria di Gela, laureata a Venezia, ha affrontato, faccia a faccia con gli amici degli amici, le questioni edilizie ed urbanistiche delle amministrazioni “infiltrate”, operando nel settore che più di ogni altro le mafie controllano,  perché è grazie alla pianificazione del territorio, a un colpo di penna su un foglio di carta, una concessione edilizia che i colletti bianchi fanno la fortuna delle cosche. E’ nell’urbanistica e nell’edilizia che le mafie riciclano i soldi guadagnati illegalmente, investono ottenendo facili profitti, distribuiscono favori, tengono “sotto scopa” la comunità, facendo la fortuna o la sfortuna di amici e nemici.
Mettersi di traverso significa mandare all’aria affari milionari, mettere in discussione l’autorità del boss, incrinare il carisma dei capi, sfregiare la politica collusa e derubricare quella che bivacca nel ventre del malaffare in una comunità sregolata.

 Tutto questo fa dell’urbanista Marina Marino una  professionista dell’antimafia. Sconosciuta al grande pubblico, perfino nelle città in cui ha lavorato, è il personaggio più autorevole nel campo della repressione degli abusi. Per fare “pulizia” dei territori infiltrati non basta mettere le manette ai mafiosi, allontanare i burocrati collusi dalle loro scrivanie, mandare a casa gli amministratori disonesti, occorre ripristinare nei  comuni le regole e il rispetto della legge. Soprattutto nello sviluppo urbanistico del territorio.
 “Non ho fatto miracoli, ho imposto comportamenti essenziali, ovunque sono andata”, spiega Marina Marino.

Le pare poco?
 “No, non è poco. Da un po’ di tempo mi interrogo. Finora sono andata avanti come un carro armato, oggi mi guardo attorno. So che ne è valsa la pena, ma so anche che nel mio mondo, il mio lavoro non viene apprezzato. Non è il solito “chi te lo fa fare”, è qualcosa di diverso, quasi che tradissi la mia professione. Gli urbanisti devono fare il loro mestiere, non antimafia”.

 Tu non sei mai stata a sentirli…
“Ho una tempra dura, per me è una sfida. Misuro sempre le mie abilità e la mia forza d’animo. E soprattutto non ho mai dato modo ad alcuno di dubitare della mia determinazione”.

 Non hai mai avuto paura?
 “Certo che l’ho avuta, e tante volte, ma sono riuscita a non mostrarla. Altrimenti sarebbe stato meglio abbandonare. Se capiscono che hai paura, è finita. Subisci il ricatto senza rendertene conto, ti fai influenzare dal contesto ed hai perso in partenza”.
 Ce l’hai fatta sempre e comunque?
“Non sono state rose e fiori. Ma se così non fosse, non avrei la fiducia dei Prefetti e di coloro che mi affidano il più rognoso deglio incarichi cui un urbanista potrebbe aspirare: regolare lo sviluppo urbanistico del territorio con strumenti che privilegino il bene comune, un rapporto corretto fra cittadini ed istituzione, la migliore qualità dei servizi…”.

Non è stata una passeggiata.
 “Non lo è. Ho scoperto situazioni incredibili: comuni che non avevano nemmeno un protocollo interno delle pratiche, che regalavano concessioni edilizie senza alcuna istruttoria tecnica. Prima di proporre nuove regole, ho dovuto ripristinare un elementare rispetto della legge…”

Ti sei scontrata con la politica, i rappresentanti delle istituzioni, la burocrazia. Con chi, soprattutto?
 “Anzitutto con la burocrazia. I burocrati sono inafferrabili, muri di gomma. E non solo per contiguità mafiose. Prevale il bisogno di vivere e lasciare vivere quando non c’è la contiguità. Ho trovato, invero, chi mi ha dato una mano. Soprattutto le forze dell’ordine, la magistratura, i prefetti, ma quando devi avere a che fare con un burocrate che fa ostruzionismo, il poliziotto o il giudice non serve: non c’è niente da fare, devi mettere i pugni sul tavolo e fare capire che sei tu a fare le carte…”.

Resistenza passiva, dunque, non minacce, suggerimenti, consigli, l’accoglienza ambigua di chi vuole tutelare l’esistente.
 “C’è di tutto, ma chi fa resistenza passiva conta quanto gli altri. Si chiude in un mutismo avvilente, ostilità pregiudiziale o disaffezione. E’ come combattere contro i mulini a vento, i fantasmi di Don Chisciotte. Non ci puoi fare niente, provi rabbia, senso d’impotenza, irritazione ed hai la sensazione di girare a vuoto. A quel punto devi ricaricare le batterie e rimetterti al lavoro come nulla fosse…”.
 Ma questa è la zona grigia, avresti potuto scontrarti con i mammasantissima, gente pericolosa.
 “Mi sono scontrata, il condizionale non ci vuole. Ne sono uscita indenne, finora. Girando per comuni sciolti per mafia, si fanno anche brutti incontri e si rischia molto, magari senza averne una chiara percezione, ma se lavori con la testa preoccupata, allora è finita. E’ indispensabile mostrarsi sicuri di sé, far capire che hanno molto da perdere se sgarrano, che sono loro a rischiare. Insomma se mi fanno un torto, potrebbero pagarla cara. Ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio, naturalmente. Se mi è andata bene è anche grazie a chi sta dall’altra parte della barricata”.

Qual è la qualità che ti permette una full immersion nella zona grigia?
“L’ostinazione e, probabilmente, la capacità di mettermi alle spalle tutto e tirare dritto per la mia strada fino al raggiungimento dell’obiettivo. Mi sono fatta una fama di persona ostinata, e questo mi aiuta. Però ci sono esperienze che non intendo ripetere. Ho appena ricevuto la proposta di ritornare in un comune sciolto per mafia, ci ho pensato sopra e ho preferito lasciar perdere”.

Perché?
“Devono esserci le condizioni minime per lavorare, altrimenti sei solo un Don Chisciotte e rimedi prese in giro. Ma non scappo mai, se capiscono la ragione del mio diniego, vuol dire che li ho costretti a riflettere”.

Ma tu hai una famiglia. Che vita fai?
 “Mio marito è un docente universitario, insegna in una università d’avanguardia a Tel Aviv, è cittadino d’Israele. Mia figlia si è appena laureata a Bologna. Mia sorella,  viaggia per terremoti, si occupa di vulnerabilità sismica, mette in sicurezza i monumenti . Nel senso che mette in sicurezza i palazzi, semplificando. Io ho messo su casa a Palermo. Mio marito e mia figlia mi mancano entrambi, ma quando sono in prima linea, mi sento vicina a loro più di quanto non lo sarei se facessi il professore, l’urbanista accademico in uno studio con la moquette in città…”

Dove svolgi il tuo lavoro antimafia ora?
 “A Campobello di Mazara, è un posto “estremo”…”

Che significa?
 “Una specie di repubblica a sé, uno Stato nello stato….”

Più difficile di Misilmeri, Bagheria, Castellammare del Golfo, Villabate, dove sei già stata?
 “Non posso pesare le difficoltà su una bilancia. Ogni comune ha le sue pene, ma Campobello è proprio fuori dal mondo. Ti spiego perché”.

http://diarioelettorale.wordpress.com/2012/12/09/professionisti-dellantimafia-marina-marino/


LA STORIA DI MARINA, PROFESSIONISTA DELL’ANTIMAFIA/2

 

MAFIAVILLE
DA CACCAMO A ISOLA DELLE FEMMINE

ISOLA DELLE FEMMINE
di Salvatore Parlagreco -
“A Bagheria, il paese di Provenzano, un’urbanista lotta da sola contro la mafia, mentre i partiti – anche quelli del rinnovamento – se ne lavano le mani. Il Consiglio Comunale cede agli interessi della famiglia mafiosa locale. Ed è pronto ad ammorbidire le normative di assegnazione delle aree produttive per compiacere gli interessi di imprese in odore di mafia”. È un breve brano tratto dal blog Mafiaurbanistica.
Sono trascorsi otto anni anni, Bagheria  è forse uscita dall’incubo. L’urbanista che “lotta da sola” si è fatta le ossa, ha messo un po’ d’ordine in nove comuni siciliani sciolti per mafia.
“Fui chiamata a Bagheria dal prefetto Sodano”, racconta Marina Marino. “Mi affidò la riqualificazione urbana, avevo vinto una gara nazionale, il programma Urban 2, quindici milioni di euro . La mafia la battiamo se mettiamo ordine, disse al prefetto, io la pensavo esattamente allo stesso modo. Perfetta sintonia. Fino a che ognuno fa quel che vuole, pensavo, il territorio se lo contendono Provenzano e Campanella”.
Sei diventata una professionista dell’antimafia a Bagheria.
“No, a Caccamo, dove arrivai tre giorni dopo l’uccisione di Mico Geraci, il sindacalista che denunciò le malefatte dell’amministrazione comunale. La mafia riceveva favori quasi alla luce del sole. Contribuii a cambiare il piano regolatore, credo di avere lasciato un buon ricordo”.
Sei la sola professionista dell’antimafia nel settore urbanistico?
“Non lo so, sono in cima ai pensieri di chi deve mettere ordine nel territorio. Sono diventato il braccio secolare delle commissioni straordinarie, nominate dopo lo scioglimenti per mafia delle amministrazioni. Contesto inquietante, sempre. Ho appena ricevuto la proposta di occuparmi di isola delle Femmine, anche qui ci sono problemi seri, come sai. I boss non sono ospiti casuali…”.
Hai accettato?
“Ho accettato d’incontrare la commissione straordinaria nominata dopo lo scioglimento. Mi piace conoscere le persone con cui dovrei lavorare, i loro propositi, le loro intenzioni”
Dopo Caccamo che cosa accadde?
“Bagheria, Villabate, Misilmeri, Roccamena, Castellammare del Golfo, Campobello di Mazara. Credo di avere attraversato il triangolo delle Bermude. Ne sono uscita con un’autostima invidiabile…”.
L’esperienza più forte?
“Bagheria, naturalmente. Il comune è stato sciolto due volte per mafia. L’amministrazione del sindaco Fricano mi ha ereditato. Il boss Campanella era un interlocutore privilegiato, a quanto pare, dei poteri pubblici. Fricano si dimise prima che il comune fosse sciolto. In una intercettazione con un personaggio importante Fricano tenta di giustificare la sua impotenza. Che cosa ci posso fare, afferma, c’è quella là che mi impedisce di fare le cose… Quando ho ascoltato la conversazione mi sono resa conto di avere avuto… le palle. E me ne hanno dato atto”.
Hai ottenuto risultati?
“Il mio lavoro a Bagheria è stato efficace. L’ex presidente della Regione, Cuffaro, tira in ballo il capo dell’ufficio tecnico, cioè me… Io non comando da quelle parti, dice Cuffaro. Non l’ho scelta io… Mi sono trovata all’incrocio: Villa Teresa, la clinica di Aiello, che aveva ricevuto i rimborsi della Regione nonostante non avesse ottenuto l’agibilità, tanto per fare un esempio”.
Bagheria ti è rimasta nel cuore, a quanto pare.
“Non solo nel cuore, porto le stimmate. In marzo del 2003, ero appena arrivata a Bagheria, mi viene a trovare un signore con la divisa: deve stare attenta a chi dice no, mi sussurra. Lei è sola, suo marito è lontano ed ha una figlia piccola”.
Come hai reagito a questo consiglio interessato?
“Appena se ne andò, alzai la cornetta del telefono e denunciai il fatto. È questo il modo giusto, altrimenti finisce male. Non si può patteggiare, né parcheggiare con questi signori…”
L’hai rivisto il tale in divisa?
“Non ho più visto l’uomo in divisa, pare che sia stato trasferito altrove. Fui coinvolta a Bagheria in un episodio che richiese grande determinazione. Erano stati confiscati i beni a Pietro Lojacono, che aveva anche ricevuto il 41 bis. Una richiesta di autorizzazione edilizia di un immobile da adibire ad un piccolo centro commerciale nell’ex sede delle Poste sul Corso. La richiesta di autorizzazione edilizia era firmata dal figlio di Pietro Lojacono. Mi misi di traverso. Il problema ero io, non i Lojacono. Riferii a chi di dovere che il comune era condizionato dalla mafia. Mi dimisi, il rapporto di fiducia non c’era più”.
Quali sono gli strumenti da usare in questi contesti?
“Rendere obbligatori i protocolli di legalità. Eliminare ogni discrezionalità in materia edilizia. Solo io l’ho fatto. È per questo che mi chiamano ancora, sanno come agisco. Conosco la ‘loro’ strategia: ti fanno sbagliare così diventi come loro, sei ricattabile. Non ti sparano, danno fuoco a qualcosa in modo che ti scoppi nelle mani. Ci vuole grande attenzione”.
È come se tu avessi indossato una maschera, pirandellianamente intendo. La senti come una costrizione questa vocazione di urbanista anti-mafia? Te la sei cucita addosso perché ti fa sentire importante, realizzata? Te ne vorresti liberare? Ti è mai capitato di dire: se non avessi cominciato con questa storia, magari avrei uno studio professionale megagalattico, non dovrei incontrare brutti ceffi…
“Non incontro solo brutti ceffi, per carità. No, la mia non è una maschera, è la faccia che indosso da quando sono nata, non l’ho cambiata mai. Non mi sento né una santa, né un’eroina, semplicemente una persona che vuole portare a termine il lavoro che le è stato affidato senza compromessi, scorciatoie. La mia più grande soddisfazione? È la consapevolezza di avercela fatta. Ma c’è il risvolto della medaglia”.
E qual è? Isola delle Femmine, restare una professionista dell’antimafia per tutta la vita?
“È una scelta, nessuno mi obbliga. E poi non sono mai completamente sola, altrimenti non ce l’avrei fatta. La Sicilia non è solo tenebre, è fatta anche di tante persone per bene. Dobbiamo aiutarle ad essere quello che sono… Forse è questo il segreto della mia storia”.
Sei nata e cresciuta a Gela, vero?
“Sì, è così. Vista la cattiva fama che si è fatta questa città, in qualche misura a torto, magari mi piace pensare di avere contribuito, nel mio piccolo, a riscattarla. Insieme a qualche altro…”.
ARTICOLI CORRELATI: Marina Marino, prof dell’antimafia Wonder woman nella zona grigia

http://www.siciliainformazioni.com/sicilia-informazioni/29262/full-immersion-a-mafiaville-da-caccamo-a-isola-delle-femmine


ISOLA DELLE FEMMINE:



 

CAPACI ISOLA DELLE FEMMINE LE FAMIGLIE:



L’UFFICIO TECNICO COMUNALE DI ISOLA DELLE FEMMINE TERRITORIO  SENTENZE:

SENTENZA 226 98 PROC 2585 90 5236 93 CONC 52 88 54 81 53 80 68 89 SAMANTA COSTR CANEPA SALVATORE LIC 27 89 SIALMA COSTR SOCIO MANNINO GIUSEPPE TOMMASO CEC 79 88 PIETRO BRUNO




SENTENZA 267 99 PROC 384 96 2419 94 PARERE NEG CEC ALBERT RAPPA 28 1 1993 2 2 1993 SAN  SIINO ANTONIO SU TERRENO LIMITROFO BELLIS ERNESTA RAPPA 4 VILLETTE



SENTENZA 652 00 PROC 1791 95 6166 95 CONC AGIB ABITAB IN ASSENZA VARIANTE SU LIC 9 1990 PAGANO COSIMO CUTINO PIETRO EDIL ROMEO ALBERT NOTO ANTONIO BRUNO MARIA LAURA BOLOGNA





BORDIGHERA
DECRETO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SCIOGLIMENTO CONSIGLIO COMUNALE DI BORDIGHERA

A cura del comitato cittadino Isola Pulita di Isola delle Femmine

Nessun commento:

Posta un commento